BLOG
  • Daniele Gennara

Quanto è difficile essere buoni ​

Actualizado: 27 de ene de 2019


Quello che c'è qui lo si trova altrove,

quello che non c'è qui non si trova da nessuna parte.

Mahabharata I.56.34–35




Appena arrivati a Pondicherry, ci siamo sistemati nella guest house A la ville creole, vicino al mare.

Qui, tra la cucina e la terrazza c'è una piccola libreria con volumi in diverse lingue. Tra i bestsellers (John Grisham) e le guide turistiche (la maggior parte lonley planet), Andrea ha scovato un libro con un titolo intrigante: The difficulty of being good: on the subtle art of Dharma, di Gurcharan Das.

Siamo entrambi neofiti nella letteratura indiana. Per quanto mi riguarda l'unica volta che mi sono imbattuto nella parola Dharma è stato leggendo il I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac, un libro con deviazioni orientali ma decisamente un classico americano.

Abbiamo iniziato a leggere il testo il giorno dopo, insieme, mentre facevamo colazione in terrazza, partendo dal capitolo The central story of Mahabharata per capire di cosa tratta il testo. Ma è nel PROLOGO dove abbiamo capito la forza di questo libro.

Purtroppo questo volume non è mai stato tradotto in italiano, lo potete scaricare QUI in inglese, oppure potete leggere una personale sintesi del prologo che ho tradotto (quindi da trattare con la dovuta cautela) durante le seguenti colazioni in terrazza.


Nella primavera del 2002 decisi di prendermi una vacanza accademica.

Al college studiai filosofia e affrontai i classici dell'Occidente, ma non lessi mai i grandi testi filosofici del mio paese.

Successivamente iniziai una lunga carriera lavorativa in grosse multinazionali in sei differenti paesi. A cinquant'anni decisi di andare in pensionamento anticipato per diventare uno scrittore a tempo pieno.

Nello stesso periodo, se la prosperità cominciò a diffondersi in tutta l'India, non si poté dire lo stesso della moralità. La perdita di morale si diffuse nel nostro paese quanto lo smog sopra Delhi. Basta pensare che un membro su cinque del parlamento indiano eletto nel 2004 ha un procedimento penale in corso.

L'abuso di potere diventò la norma nella più grande democrazia del mondo, e l'intera classe politica si unì al fine di impedire la riforma politica ed elettorale. Fu uno spettacolo incredibile vedere il paese formare la classe media nello stesso momento in cui la governance operava nel modo più ingannevole possibile. Nel bel mezzo di un'economia privata in piena espansione, la maggior parte gli indiani si disperavano sulla scarsità dei beni primari.

Gli scienziati sociali pensarono ai fallimenti della governance come a un problema delle istituzioni, e la soluzione, dissero, stava nel cambiare il meccanismo degli incentivi al fine di aumentare la responsabilità verso di essi. Vero, ma queste carenze ebbero anche una dimensione morale.

Qual'è la natura della moderna amoralità indiana? O della amoralità americana, se pensiamo a come operarono le banche nel 2008, quando il collasso finanziario di Wall Street mise in ginocchio l'economia mondiale? L'avidità? Mi sembra una risposta troppo facile. Ci deve essere di più.

Mi chiesi se l'epica sanscrita del Mahabharata avesse qualche risposta. L'epopea è ossessionata da domande che interrogano giusto e sbagliato; analizza costantemente i fallimenti umani. A differenza dell'epica greca, dove l'eroe fa qualcosa di sbagliato e continua nell'errore, nel Mahabharata l'azione si ferma fino a quando ogni personaggio considera il dilemma morale da ogni punto di vista. Nella sua storia l'armonia e la felicità danno vita ad una società attraverso un comportamento ispirato al Dharma, una parola complessa che significa virtù, dovere e legge, cioè si riferisce a tutti gli aspetti del bene. Riuscirò a riscoprire l'ideale fondamentale su cui poggia la virtù civica da un libro dell'antica India?

Nella tradizione indiana la vita è divisa in quattro fasi: la prima è chiamata brahmacharya, il periodo dell'adolescenza quando si è studenti e celibi. Nella seconda fase, chiamata garhasthya "padrone di casa", una persona produce, procrea, dà sicurezza e stabilità alla famiglia in senso materiale. Nella terza fase, vanaprastha, letteralmente "colui che va nella foresta", una persona comincia a slegarsi dai beni materiali, passa il tempo a meditare e a cercare il senso della vita, mentre nella quarta e ultima fase, sannyasa, si rinuncia al mondo alla ricerca della propria liberazione spirituale.

L'induismo non è una "religione" nel senso comune. È una civiltà basata su una semplice intuizione metafisica di unità dell'individuo e dell'universo e ha come obiettivo la realizzazione del sé. Si avvale di innovativi esperimenti mentali di yoga che si sono evoluti nella prima metà del primo millennio a.C., e non ha la nozione di "popolo eletto", o di un Dio geloso; non fa proselitismo, non caccia gli eretici.

Non potrebbe essere più diversa dalle grandi religioni monoteiste.

Quindi, ho sentito che potevo interrogare i suoi testi per imparare a vivere una vita laica in un modo migliore.

Quando annunciai il proposito di passare i prossimi anni a leggere il Mahabharata, mia madre, che viveva a 400 km dall'ashram che frequentava, sul fiume Beas, mi ricordò che l'inquietudine era appropriata nella terza fase della vita induista. Mi disse che soffrivo di 'melanconia vanaprastha'.

Mia nonna materna fu una Hindu tradizionalista di Lyallpur, la città dove sono nato. Casa sua era piena di immagini di una moltitudine di dei, tra i quali spiccavano le figure di Krishna e Rama. Lei direbbe che esistono contemporaneamente milioni di dei, e un solo Dio. I suoi dei e dee sono simboli della realtà piuttosto che la realtà stessa (come mi spiegò il teologo Paul Tillich in un corso ad Harvard), e l'hanno aiutata a raggiungere l'unico Dio. Lei visitava il Sikh gurdwara il lunedì e il mercoledì; andava al tempio indù il martedì e il giovedì; teneva liberi i sabati e le domeniche per i discorsi dei santoni, musulmani compresi, che visitavano spesso la nostra città. Inoltre trovava sempre il tempo per le cerimonie di Arya Samaj.

Mio padre pensava di essere "moderno" perché faceva appello al suo temperamento razionale da ingegnere.

La sua decisione, mi disse una volta, fu presa nello spirito scientifico di Blaise Pascal. Se credi in Dio, disse Pascal, e si scopre che esiste, allora hai ovviamente preso una buona decisione; se Lui non esiste e credi ancora in Lui, non hai perso nulla; ma se non credi in Lui e Lui esiste sei in guai seri.

Durante la seconda fase della mia vita ogni mattina ripetevo le stesse cose, mi svegliavo, andavo al lavoro, davo alla mia famiglia ciò di cui aveva bisogno; e lo stesso avrebbero fatto i miei figli dopo di me, e i loro figli dopo di loro.  

Che senso ha tutto questo? Ora, nella mia terza fase, volevo trovare un modo migliore di vivere.

Molti indiani pensano ai classici testi in sanscrito in termini religiosi o politici. Il mio, tuttavia, era un progetto di crescita personale.

Dove potevo intraprendere questo progetto?

La fredda e ventosa Chicago può sembrare una scelta insolita per "un abitante della foresta" nella terza fase della vita. La città di Benares, patria dell'apprendimento classico nel nord dell'India, sarebbe stata senza dubbio una decisione più convenzionale. Ma non volevo chiudermi nel "nostro grande passato classico". Volevo conoscere quel passato con piena coscienza del presente, e anche imparare qualcosa sul presente apprendendo dal passato.

I Pandit a Benares mi sembrarono incredibilmente rigidi e non avrebbero approvato il mio desiderio di "interrogare" i testi.

È stata un'osservazione del poeta A.K. Ramanujan a spingermi verso Chicago. 'Se non si vive l'eternità a Benares", disse, "lo farai da Regenstein". Si riferiva alla Biblioteca Regenstein con la sua favolosa collezione di testi asiatici gestiti diligentemente da Jim Nye. Chicago fu una scelta logica.

Alla fine del primo anno, ero diventato pericolosamente dipendente dal Mahabharata. L'epica è una storia splendida e commovente, emozionante, ironica e spiritosa, con un cast di personaggi a cui mi sono affezionato sempre di più. Mi ha intrigato la sua lode:


Quello che c'è qui lo si trova altrove,

quello che non c'è qui non si trova da nessuna parte.


Il Mahabharata racconta la storia di una futile e terribile guerra distruttiva tra i figli di due fratelli della famiglia Bharata.

Dharma, la parola al centro dell'epica, è intraducibile. Il dovere, la bontà, la giustizia, la legge e la consuetudine hanno tutti qualcosa a che fare con il suo significato, ma sono tutti carenti. Dharma si riferisce all'"equilibrio" - sia l'equilibrio morale che l'equilibrio cosmico. È l'ordine e l'equilibrio all'interno di ogni essere umano che si riflette anche nell'ordine del cosmo. Dharma deriva dalla radice sanscrita dhr, che significa "sostenere". È la legge morale che sostiene la società, l'individuo e il mondo. Nei testi dove è presente, significa comunemente l'intera gamma di doveri che grava su ogni individuo secondo la sua varna, 'status', o ashrama, 'fase della vita'. Il Mahabharata, tuttavia, mette in discussione anche questa definizione. Questa difficoltà concettuale, tale complessità, è il tema centrale. Infatti, il Mahabharata è per molti versi la lunga ricerca su cos'è il Dharma, cioè la ricerca di cosa dovremmo fare quando cerchiamo di essere buoni nel mondo.

All'inizio del primo libro del Mahabharata il Re Janamejaya sta uccidendo tutti i serpenti del mondo per vendicare suo padre, Parikshit, che è stato ucciso da un serpente.

Non è un inizio promettente per un'epopea eroica incentrata sul bene. La storia poi è stravagante: si tratta di una guerra tra i "figli di un pretendente cieco che combattono contro i figli di un uomo troppo fragile per rischiare un atto copulativo ".

Il  vincitore della guerra è il riluttante e pacifico Yudhishthira, che non vuole combattere ma che, di fatto, dà l'ordine per l'inizio della guerra. Vince la guerra non grazie alle proprie abilità e virtù, ma con l'inganno e la slealtà. Invece che godere della vittoria Yudhishthira soffre di amarezza, si tormenta, inconsolabile, consumato dalla colpa e dalla vergogna per quello che è successo.

Agli occhi di Yudhishthira la vittoria assomiglia più a una sconfitta, continua a chiedersi quale siano stati i motivi di questa guerra ridicola.

Yudhishthira ha lo stesso sguardo di Sisifo quando contempla la roccia rotolare inesorabilmente a valle: è la consapevolezza che la vita può essere assurda e inutile.

Per trent'anni sono andato al lavoro ogni mattina. Gradualmente ho scalato la gerarchia aziendale ottenendo più responsabilità e migliori salari. A cinquant'anni, mi chiesi: cosa ho veramente ottenuto? A cosa è servito tutto questo?  È questa la vita?

Per quanto tempo ci si può aspettare che un adulto sia motivato da un guadagno dello 0,5% nella quota di mercato mensile di Vicks Vaporub o Pampers? Mi sono sentito stanco quando avevo cinquant'anni, ed è stata questa sensazione di inutilità che mi ha spinto, in parte, al pensionamento anticipato.

Mi chiedevo se gli atti di bontà potessero essere una delle poche cose di genuino valore in questo mondo, e potessero dare un senso alla mia vita.

Il Mahabharata è sospettoso verso ogni ideologia umana. Rifiuta la posizione idealistica e pacifista di Yudhishthira e l'attitudine amorale di Duryodhana, suo nemico. La sua propria visione si orienta verso il principio evolutivo pragmatico dell'altruismo reciproco: adottare un volto amichevole verso il mondo, ma non lasciarsi sfruttare, perché porgere l'altra guancia manda inevitabilmente un segnale sbagliato a chi ti vuole imbrogliare. Con la mia formazione in filosofia occidentale, sono stato tentato di vedere le idee esposte nel testo, specialmente il significato di Dharma, da un punto di vista moderno, più di una volta ho dovuto essere cauto e non trasporre le idee contemporanee in un diverso contesto storico. Non sono sicuro di esserci riuscito.

A volte mi ritrovo ad usare espressioni come: 'Cosa ci dice questa storia?' Il fatto è che l'epica può dire una molteplicità di cose a lettori diversi in momenti diversi della storia. Non ha un solo significato.

Quindi, non ci dobbiamo aspettare troppa coerenza in esso, specialmente quando si tratta della natura ambigua e persino irrisolvibile del potere politico.

Naturalmente, il Mahabharata è anche una storia emozionante. Scrivendo questo libro ho voluto condividere il mio entusiasmo per il suo svolgimento, in modo che la sua narrativa semplice e diretta si riesca ad apprezzare anche nella traduzione; uso il ritmo esattamente come viene esposta la storia: fermo l'azione di tanto in tanto per esaminare più da vicino l'idea morale che l'azione esprime, provando a capire come quest'idea si possa rapportare alla nostra vita quotidiana da un punto di vista sia personale che, in maniera generale, politica e sociale.

Il Mahabharata si sviluppa piacevolmente, con uno scopo costante, attraverso corposi postulati di legge, filosofia, religione, costume, persino geografia e cosmografia, insieme ad una formidabile schiera di episodi e leggende, raccolti in successione lungo il suo corso.

Il Mahabharata parla delle nostre vite incomplete, delle persone buone che agiscono in malafede, di quanto sia difficile essere buoni in questo mondo. Si è rivelata una valida guida nella ricerca di dare un senso alla mia vita nella sua terza fase. Sono partito con l'assunto che "la natura non dà virtù all'uomo; diventare un uomo buono è un'arte". Non sono sicuro che il Mahabharata mi abbia insegnato l'arte di cui parla Seneca.

Goethe ha sottolineato che il punto di vista impersonale presente in noi stessi produce un desiderio di bontà, di equità e di uguaglianza, mentre quello personale vorrebbe il contrario, cercando solo il beneficio individuale, spesso a spese degli altri. Questo conflitto all'interno dei nostri diversi modi di essere è alla base dei dilemmi che sono affrontati sia dagli eroi dell'epica che da noi stessi. Il Mahabharata ci lascia quindi con una "consapevolezza delle differenti possibilità della nostra vita".